Giurisprudenza annotata

6.5. Corte Giustizia UE - Cause esclusione direttiva 93/37/CE


Abstract


In materia di cause di esclusione dalle gare d’appalto, l’art. 24, primo comma, della direttiva 93/37 deve essere interpretato nel senso che esso elenca, in modo tassativo, le cause fondate su considerazioni oggettive di natura professionale, che possono giustificare l’esclusione di un imprenditore dalla partecipazione ad un appalto pubblico di lavori. Tuttavia, tale direttiva non osta a che uno Stato membro preveda altre misure di esclusione dirette a garantire il rispetto dei principi della parità di trattamento degli offerenti e di trasparenza, purché siffatte misure non eccedano quanto necessario per raggiungere tale obiettivo.

Il giudice comunitario rileva innanzitutto che l’approccio del legislatore comunitario è stato quello di fissare unicamente e tassativamente cause di esclusione fondate sull’accertamento oggettivo di fatti o comportamenti propri dell’imprenditore interessato, atti a gettare discredito sulla sua onorabilità professionale o sulla sua idoneità economica o finanziaria a svolgere bene i lavori che rientrano nell’appalto pubblico per il quale presenta l’offerta. Di conseguenza, gli Stati membri o le amministrazioni aggiudicatici non possono integrare l’elenco che esso contiene con altre cause di esclusione fondate su criteri relativi alla qualità professionale.

Non è esclusa, tuttavia, la facoltà degli Stati membri di mantenere o di adottare norme materiali dirette, in particolare, a garantire, in materia di appalti pubblici, il rispetto del principio della parità di trattamento, nonché del principio di trasparenza che quest’ultimo implica, i quali s’impongono alle amministrazioni aggiudicatrici in tutte le procedure di aggiudicazione di un siffatto appalto.

La Corte di Giustizia precisa con molta nettezza che i suddetti principi costituiscono la base delle direttive relative ai procedimenti di aggiudicazione degli appalti pubblici e l’obbligo delle amministrazioni aggiudicatrici di assicurarne il rispetto corrisponde all'essenza stessa di tali direttive.

Tuttavia, conformemente al principio di proporzionalità, che costituisce un principio generale del diritto comunitario, siffatte misure non devono eccedere quanto necessario per raggiungere tale obiettivo.

Sulla base di queste considerazioni di carattere generale, la Corte ha risposto al successivo quesito, dove si chiedeva se è conforme al diritto comunitario l’adozione di una misura nazionale volta destinate a escludere, nelle procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, il rischio di sopravvenienza di pratiche atte a minacciare la trasparenza ed a falsare la concorrenza, che potrebbe prodursi in presenza, tra gli offerenti, di un imprenditore operante nel settore dei mezzi di informazione o legato ad una persona coinvolta in tale settore, e a prevenire o reprimere così la frode e la corruzione. Tale norma è presente nella legislazione greca, stato dal quale proveniva la controversia.

La Corte ha osservato che il diritto comunitario non osta all’adozione di misure nazionali come quella sopra descritta.

Ma, nel caso concreto, il giudice comunitario ha rilevato che è contraria alla normativa europea la norma nazionale che, perseguendo gli obiettivi legittimi di parità di trattamento degli offerenti e di trasparenza nell’ambito delle procedure di aggiudicazione di appalti pubblici, stabilisce una presunzione assoluta di incompatibilità tra lo status di proprietario, socio, azionista principale o dirigente di un’impresa che opera nel settore dei mezzi di informazione e quello di proprietario, socio, azionista principale o dirigente di un’impresa cui venga affidata dallo Stato o da una persona giuridica del settore pubblico in senso lato l’esecuzione di appalti di lavori, di forniture o di servizi.


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