Saggi e contributi scientifici

Valore legale dei titoli, statuto speciale dei docenti e altri “idola”


Abstract


Presentazione di Gianfranco D'Alessio

 

Il saggio di Stefano Civitarese Matteucci e Gianluca Gardini pubblicato in questo numero di Amministrativ@mente appare di grande interesse ed utilità, prima ancora che per il merito delle indicazioni fornite e delle soluzioni avanzate (le quali, peraltro, sono sostanzialmente condivise, per quel che vale, dalla direzione scientifica della rivista), per la scelta degli argomenti affrontati, che assumono un indiscutibile rilievo ai fini del confronto e della elaborazione di idee sull’ordinamento universitario e sulle sue prospettive evolutive.

In primo luogo, infatti, ci si confronta con la questione del valore legale dei titoli di studio: una questione, come è noto, di grande attualità e al centro di una vivace discussione (all’interno e, ancor più, fuori delle sedi accademiche), nella quale, però, prevalgono nettamente opinioni ed ipotesi di tipo “abolizionista”, rispetto alle quali risultano flebili e marginali le voci dei sostenitori di tesi diverse. Gli autori mostrano con efficacia il carattere generico e scarsamente motivato di tali opinioni dominanti, che trovano un’ampia audience in sede politica e nei mezzi di comunicazione, ma spesso appaiono frutto di scarsa informazione ovvero (in qualche caso) della volontà di disinformare: soprattutto, viene messo in luce come il massimalismo “abolizionista” tenga poco conto dei reali fondamenti e termini giuridici dell’istituto, a partire dalla individuazione del suo effettivo ambito di applicazione, e dimostri una ridotta o solo parziale conoscenza della situazione di altri ordinamenti, come quelli anglosassoni, ai quali normalmente ama fare riferimento.

Una riflessione pacata e motivata conduce, invece, a comprendere come la pretesa di riqualificare il sistema universitario attraverso l’eliminazione del valore giuridico dei titoli rilasciati dagli atenei sia frutto di una visione poco realistica, che concentra l’attenzione su quello che opportunamente Civitarese e Gardini definiscono un “bersaglio sbagliato”, un “feticcio” che induce a (e consente di) sfuggire ai nodi reali che stanno alla base delle disfunzioni che affliggono la realtà universitaria italiana: per affrontare e risolvere le quali, invece, sarebbe necessario avviare finalmente un processo di costruzione e di implementazione di seri, credibili ed efficaci meccanismi di accreditamento e di valutazione.   

Anche in relazione a quest’ultima considerazione, poi, nello scritto si passa a trattare un tema che da tempo è uscito, anzi, per meglio dire, non è mai davvero entrato nel dibattito sulla questione universitaria: l’ipotesi della adozione di un regime, in tutto o in parte, di tipo contrattuale per i docenti.

I due autori ricostruiscono puntualmente, seppure in termini sintetici, la vicenda che ha a suo tempo portato all’esclusione dei professori e ricercatori delle università dalla privatizzazione/contrattualizzazione realizzata a partire dal 1992-93 per l’insieme dei dipendenti pubblici, con la conservazione del tradizionale statuto pubblicistico: una esclusione della quale, in effetti, a differenza di quella prevista per altre categorie (magistrati, militari, diplomatici, ecc.), non appaiono evidenti e pienamente convincenti le motivazioni di ordine giuridico-istituzionale. Comunque, sta di fatto che da allora, attorno all’idea stessa di una possibile riconduzione della docenza universitaria ad un assetto regolativo di tipo negoziale, nella discussione pubblica e, in modo particolare, nella riflessione dei giuristi, in pratica è calato, salvo alcune eccezioni, il silenzio (un silenzio, se è consentito usare questo termine, di tipo quasi omertoso, posto che si fonda sulla sensazione, diffusa nel mondo accademico, che una prospettiva di questo genere possa mettere in discussione la particolare identità del corpo docente ed incidere negativamente su prerogative indispensabili a garantire libertà ed autonomia nell’esercizio delle funzioni di insegnamento  e di ricerca).

Civitarese e Gardini hanno il merito di rompere questo silenzio: partendo dal presupposto che l’esclusione dalla privatizzazione dell’insieme della docenza va considerata come “un’occasione perduta”, essi vedono nella prospettiva della contrattualizzazione un fattore che può contribuire a “creare … le condizioni affinché l’università italiana esca dalle secche in cui si è arenata e la categoria professionale dei docenti universitari recuperi la perdita di credibilità e di prestigio subìta in questi anni”.

L’ipotizzata adozione di una disciplina su base contrattuale non comporta necessariamente la mera estensione al personale docente degli atenei del sistema di contrattazione generalmente adottato per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni: al contrario, per tenere conto dei caratteri che connotano il peculiare “profilo professionale” dei docenti e lo specifico assetto autonomistico delle istituzioni universitarie si pensa, ragionevolmente, all’adozione di un modello contrattuale “speciale”, imperniato – pur senza escludere forme “leggere” di contrattazione collettiva, nazionale e a livello di ateneo, e ferma restando l’esigenza di un quadro di riferimento legislativo - su contratti individuali.  

Questo consentirebbe, come viene acutamente sottolineato, “il passaggio dall’uniformità dello status alla varietà del rapporto di lavoro individuale”, in grado di incentivare la qualità delle prestazioni dei docenti, dando spazio ad una articolazione di trattamenti che tenga conto del loro diverso grado di impegno e del differente apporto da essi fornito al conseguimento degli obiettivi istituzionali delle università.

In tal senso (ed anche su questo non si può che concordare con l’opinione degli autori), una revisione del regime giuridico del rapporto dei docenti con le università di appartenenza, fondato sul binomio contrattualizzazione/liberalizzazione, può fornire, insieme ad interventi di riforma che investano altri elementi fondamentali (i meccanismi di reclutamento degli stessi docenti, le fonti e le forme di finanziamento, l’assetto della governance) un apporto determinante per il miglioramento complessivo della performance del sistema universitario.


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